domenica 13 luglio 2008

STORIA DELLA SICILIA POVERA E CONTADINA




Si viveva in vecchie case, buie, anguste, con le mattonelle di terracotta piccole e sconnesse, pitturate di bianco, con il battiscopa alto e di colore nero, con uno stanzone multiuso (diremmo oggi letto pranzo soggiorno e studio) un cesso nel terrazzino e la cucina con l’antico forno a legna posta proprio accanto al cesso.Una vita scandita dall’alzarsi alle quattro della mattina per preparare il caffè d’orzo nel quale si inzuppava il pane di frumento duro del giorno prima, per bardare l’asina o il mulo e per avviarsi al lavoro dei campi quando cominciava già ad albeggiare. E così fino al “sabato del villaggio” quando il contadino stanco, consumato dal sole e dalla fatica di sei giorni trascorsi a parlare con la terra , tornava a casa per un giorno di meritato riposo da dedicare alla famiglia e al Signore; non prima durante la notte del sabato di essersi scaricato di ogni tensione avvinghiandosi alla moglie devota e invecchiata per una vita di stenti e lacrime ingurgitate di nascosto.E poi c’era il giorno della festa del Santo Protettore del paese.Un giorno atteso per un anno.Un giorno contraddistinto da allegria e da spirito di solidarietà.Un giorno di devozione e di lacrime per il ricordo di chi non c’era più e per la grazia che si domandava al Santo.Un giorno adatto per indossare l’unico vestito buono e le scarpe lucide.Un giorno per dimenticare la durezza del lavoro e i debiti nei confronti del padrone e del banchiere.Vita dura quella del contadino sottoposto al padrone, in ogni epoca, anche quando finalmente il sogno di un’Italia unita sembrava realizzato e con esso giunto il momento di avere riconosciuti diritti sempre negati. Ma così non sarebbe stato, almeno fino alla nascita di quel partito socialista che agli inizi del ventesimo secolo portò qualche ventata nuova nel campo sociale.Ma quello dell’Italia unita sarebbe stato sempre un sogno: il tempo di renderci conto, come Siciliani e Meridionali, che non rientravamo nei piani del Piemonte:Si perpetuano così i patimenti del popolo siciliano e meridionale.L’emigrazione restava l’unico tentativo da mettere in essere per riassettare il magro bilancio familiare dopo una guerra mondiale lacerante e devastante che aveva colpito tutta l’Europa, all’inizio del 1900. Il prezzo della povertà era costituito anche dall’avere donato le migliori braccia, quelle più giovani, alla Patria, ad un ideale molto “lontano” ed “astratto”, se si considera che lo si faceva innanzitutto per ordine tassativo e per raggranellare qualche soldo, senza la minima cognizione dei veri motivi dei conflitti.Che cosa poteva capire un ragazzo del ’99 di alti imbrogli politici e di trame ordite nel chiuso di quattro pareti a Torino o a Roma (ultimo avamposto delle strategie nordiche).E così dai nostri paeselli di Sicilia erano partiti figli di famiglia e giovani mariti pieni di ardimento ma anche di paura.E alti erano stati i lamenti delle mamme e delle mogli disperate, a cui veniva a mancare il minimo, l’indispensabile per potere tirare dignitosamente avanti.Le campagne, spopolate, non brillavano più di frutti saporosi e di fresca verdura. Gli animali da lavoro venivano venduti al mercato settimanale per racimolare qualche soldo.E tutti i paesi siciliani rimanevano in sorda attesa di comunicati dal fronte. E con cadenza quasi ritmica un urlo di donne squarciava il silenzio del paese, a significare che una vita era andata al Creatore.L’economia dei nostri paesi fu sempre esclusivamente agricola, nel senso pieno del termine. L’operaio lavorava a giornata nel podere del signorotto, accontentandosi di una paga magra e di un piatto di pasta e fagioli.Tutto ciò sia nella seconda metà dell’800, come pure nella prima metà del ‘900 prima e dopo le due devastanti guerre. Era il signorotto a fare i conti e a firmare “per quietanza” anche quando il lavoratore non aveva ricevuto la giusta mercede: da qui nacque nel territorio casalvetino il famoso detto: “Zero e riporto zero e si sono fottuti il terreno di Sidero” stando ciò a significare che spesso i contadini dovevano rinunciare anche a fazzoletti di terra che avevano acquistato o ricevuto in eredità dai genitori, a vantaggio del padrone sfruttatore senza scrupoli.E come se non bastasse non mancavano tasse e balzelli sempre a carico del povero.Povera Sicilia e poveri i poveri di Sicilia.In una delle tante novelle di povertà che la letteratura siciliana del Novecento ha prodotto, per rappresentare l’estremo stato di disagio, si parla del funerale di un povero lavoratore che era così povero da far dubitare che nella cassa da morto che portava il suo corpo all’ultima dimora potesse esserci un corpo, un qualcosa di consistente.L’emigrazione costituì per il Siciliano di quei tempi l’ancora di salvezza.

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