La Storia della Sicilia borbonica iniziò dopo il Congresso di Vienna del 1815 con la restaurazione dei monarchi europei sui troni che avevano perduto durante l'epoca napoleonica. Il re Ferdinando I (già Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando III di Sicilia) si fece restituire il Regno di Napoli che aveva perduto nel 1806 e l'8 dicembre 1816 lo unì a quello siciliano creando così il Regno delle Due Sicilie.1 Rivolte contro la sovranità borbonica1.1 Moti del 18201.2 Moti del 18482 Il governo borbonico3 Voci correlateRivolte contro la sovranità borbonica [modifica]Moti del 1820 [modifica]La soppressione formale del Regno di Sicilia sottomesso a Napoli e cancellato dai Borboni fece nascere in tutta l'isola un movimento di protesta e il 15 giugno del 1820 gli indipendentisti insorsero. Venne istituito un governo a Palermo (18-23 giugno), presieduto dal principe Paternò Castello, che ripristinò la Costituzione approvata nel 1812 con l'appoggio degli inglesi. Il 7 novembre 1820 il re inviò un esercito agli ordini di Florestano Pepe (poi sostituito dal generale Pietro Colletta) che riconquistò la Sicilia con delle lotte sanguinose e ristabilì la monarchia assoluta risottomettendo la Sicilia a Napoli.Moti del 1848 [modifica]Un altro moto indipendentista scoppiò a Palermo nel 1848, promosso dalla massoneria liberale che combatté l'assolutismo monarchico e gli interessi britannici che miravano ad avere un protettorato siciliano. Fu guidato da Vincenzo Fardella di Torrearsa, Ruggero Settimo e Francesco Paolo Perez. Il re Ferdinando II bombardò la città di Messina e si riappropriò della Sicilia con varie lotte e vari spargimenti di sangue, per questo motivo fu soprannominato re bomba, mentre gli indipendentisti Siciliani come Ruggero Settimo, La Masa e Crispi vennero esiliati. Tutte queste lotte porteranno alla fine di tutto, infatti i Siciliani culleranno dentro un odio verso i Borboni, rei di aver cancellaro l'antico Regno di Sicilia (il più antico di tutta l'Italia preunitaria), per farlo diventare una provincia del Regno di Napoli, qualche anno dopo, infatti i siciliani appoggiarono i piemontesi.Il governo borbonico [modifica]Malgrado questi avvenimenti, negli anni del Regno delle Due Sicilie, la Sicilia conobbe un grande sviluppo economico e industriale, diventando una regione ricca. Secondo l’Exposition Universelle de la science di Parigi, tra il 1855 e il 1856 il Regno delle Due Sicilie era il terzo stato più industrializzato d'Europa dopo l'Inghilterra e la Francia e aveva la terza flotta commerciale più importante.Aveva, inoltre, un buon sistema di comunicazioni stradali che consentivano il trasporto delle merci ai porti mercantili di Catania, Riposto e Messina, fra i più attivi del Mediterraneo.Di ottima fattura anche il commercio dello zolfo, del sale, dei marmi, degli agrumi, del grano (la Sicilia, sin dal tempo degli antichi Romani, era il "granaio d'Europa").Il Banco di Sicilia e quello di Napoli avevano assieme i due terzi dell'oro e della ricchezza di tutta l'Italia.L'emigrazione in Sicilia a quel tempo era in maniera minore rispetto a quellaIl risorgimento tosco-padanoAntonio Pagano29 Agosto 2009Il cosiddetto "risorgimento", come ormai sanno anche i cani tosco-padani, fu il risorgimento del Piemonte che, in gravissima crisi economica, dovette rapinare con le armi le ricchezze degli altri Stati preunitari, particolarmente quelle del Regno delle Due Sicilie, dove uccise centinaia di migliaia di abitanti che si opponevano. É stato proprio questo avvenimento che, mistificato per "unità" d’Italia, ha infettato invece la storia di questa penisola in modo così grave che da 150 anni dall'annessione impedisce ancora a questo Stato, inventato contro ogni logica storica, di diventare una seria democrazia. E, purtroppo, si continua a impedire la crescita di tutto un popolo continuando a mentire sugli avvenimenti che hanno permesso questa sedicente «unità d’Italia».Nessuna nazione al mondo è stata formata unendo popoli diversi nel modo in cui è stata fatta l’Italia. L’unione si fa quando tutti i componenti decidono insieme e d’accordo, invece vi è stata solo una vandalica conquista militare. Se unità si doveva fare, bisognava almeno appoggiare la proposta di una Lega Federativa, auspicata da Gioberti nel 1848 e accettata da Pio IX, una Confederazione che avrebbe incluso lo Stato Pontificio, il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie.I veri nemici dell’Italia sono stati i piemontesi. Al progetto di Gioberti, e anche alle proposte federative del Cattaneo, si oppose infatti il Piemonte che, prossimo al fallimento, non aveva altra alternativa di sopravvivenza se non quella di rubare nelle casse degli altri Stati. Così nacque l'Italia governata dai tosco-padani.Il 10 gennaio del 1859 si inventarono allora un nostro "grido di dolore" (ma era il loro) per ingannare la gente sul vero motivo del loro interesse verso il resto della penisola e, a ladrocinio compiuto, si inventarono anche democratici plebisciti imposti con la violenza e le fucilazioni. Il Cavour, il primo dei criminali padani, pur di arraffare le ricchezze degli Stati preunitari italiani, aveva partecipato nel '54-'56 alla guerra di Crimea, episodio bellico che in nessun modo riguardava il Piemonte, ma che consentì di proporre a livello internazionale una inventata "questione italiana" (così come oggi si sono inventati la questione settentrionale). I soliti "pochi morti da gettar sul piatto della bilancia" per sedere al tavolo dei vincitori, come cavourrianamente e cinicamente si sarebbe espresso nel 1940 il padano Mussolini prima di entrar in guerra a fianco della Germania.Il cavalier Benito fece una brutta fine. Al padano Cavour invece andò bene: dopo aver usato Napoleone III contro l'Austria, ma pagandolo con Nizza e Savoia e cavalcando la demagogia di mazziniani e di garibaldesi, sostituì l'appoggio francese con quello inglese. Comportamento tipicamente padano quello di cambiare le alleanze come loro fa più comodo. L'Inghilterra aveva difatti grossi interessi commerciali e navali in Italia meridionale, specie in Sicilia, collegati con l'asse del controllo strategico mediterraneo garantito dalle piazzeforti di Gibilterra e di Malta (colonia britannica dal 1814) che le garantiva il collegamento con L’Egitto, formalmente ancor soggetto al sultano turco, ma di fatto ormai semicolonia inglese. Qui si stava aprendo un nuovo teatro di contesa tra i due "alleati-avversari" nella corsa all'imperialismo coloniale, la Francia e l'Inghilterra: l'avvio della costruzione del canale di Suez, che avrebbe portato i porti duosiciliani in prima linea sulle rotte verso l'India e l'Asia sud-orientale.Subito dopo l’invasione da parte della truppaglia piemontese, particolarmente nel periodo dal 1860 al 1865, il popolo del Regno delle Due Sicilie fu protagonista di una vera e propria insurrezione per difendersi dall’occupazione padana e dalla loro politica colonialista. Gli stranieri invasori risposero con una spietata repressione operata dai generali (sempre padani), prima dal Pinelli e poi dal Cialdini, con un esercito di 120 mila uomini, che ne misero a ferro e fuoco il territorio.Nelle fonti ufficiali dei piemontesi sono citati alcuni proclami sottoscritti dai comandanti dell'esercito padano, dove per sopprimere il cosiddetto "brigantaggio" era prevista la fucilazione con o senza processo, di tutti coloro che erano presi con le armi in pugno; saccheggio delle città e dei villaggi ribelli; arresto delle persone sospette e dei "parenti dei briganti"; distruzione delle capanne, obbligo di murare tutti i casolari isolati; allontanamento degli uomini e del bestiame dalle campagne e raccolto in un luogo sotto il controllo dell'esercito; incriminazione di qualsiasi comportamento neutrale; rigida censura sulla stampa. Chi non fu ucciso combattendo, finì nelle carceri padane. Furono circa 80 mila i reclusi che senza nemmeno sapere la propria imputazione, morirono di malattia nelle prigioni padane infette e affollate.L’unità fu, dunque, imposta all'Italia meridionale col terrore e la distruzione. I "liberatori" schiacciarono le vere aspirazioni del popolo con esecuzioni e incarcerazioni di massa. Questo tragico evento portò innegabilmente al Sud miseria, decadenza e paralisi di ogni attività produttiva. Da allora lo Stato "italiano" continua ancora a mistificare l’aggressione e a festeggiarla con una becera retorica risorgimentale. Le puerili menzogne di questo Stato dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che è uno Stato padano e non «italiano». Cioè il Sud non ne fa parte e ne è una sua colonia, altrimenti non si commemorerebbe questa becera fandonia del cosiddetto «risorgimento» che è una vigliacca offesa per tutti i meridonali.Purtroppo la dirigenza "italiana" insiste ancora oggi nell’ignorare che questa "unità" fu costruita per mezzo della cancellazione delle libertà e delle istituzioni locali costruendo un sistema burocratico centralizzato e non ha ancora capito che questo sistema porta con sé i germi della propria distruzione. è stata, infatti, questa impostazione "risorgimentale" che portò alla nascita del Fascismo e, nei tempi attuali, alla nascita della Lega.Eppure, nonostante la pochezza ideologica, ancora oggi questa Italietta padana continua a governare senza reazioni da parte del Sud, ingabbiato abilmente dagli ascari politici meridionali. Ovviamente governando con due pesi e due misure, privilegiando il Nord a scapito del Sud.Basta, in proposito, soffermarsi sull'impressionante elenco di finanziamenti di opere pubbliche per il Nord stanziati con il pretesto dei 150 anni di "unità", finanziamenti che con essa non c'entrano nulla. Oppure basta leggersi il decreto anticrisi dove la somma di un miliardo e 300 milioni di euro assegnata come contributo in conto impianti per il Ponte di Messina sia ora vincolata all'andamento della finanza pubblica ... cioè agli "umori" del ministro padano Tremonti, il quale da quando è ministro scippa continuamente al Mezzogiorno le risorse già destinategli.Tutto ciò fa capire che l'Italia padana è molto simile ad un'accozzaglia di potentati che se ne disputano le vesti, di cui la querelle tra nordisti e sudisti è la forma politica più evidente, ma che serve solo a fare tanto polverone per nascondere numerosi misfatti. Il loro piano è chiarissimo: la creazione di un parastato meridionale (una sorta di Nigeria) di cui sfruttare le risorse, siano esse turistiche che energetiche, e da usare come bacino di manodopera a basso costo. La presenza della malavita organizzata è evidentemente necessaria e ben vista. La Camorra, Cosa nostra o la 'Ndrangheta impediscono con il taglieggio lo sviluppo di una imprenditoria competitiva (il pizzo serve loro per pagare con denaro pulito la manovalanza, gli avvocati dei piccoli boss di quartiere e il mantenimento delle famiglie dei carcerati) e, inoltre, favoriscono l'investimento al nord dei grandi capitali (da riciclare) provenienti dal narcotraffico o dal traffico d'armi e quant'altro si può trafficare. Un mare di denaro che opportunamente ripulito dal passaggio in banche padane compiacenti fornisce possibilità di sviluppo ai vari colossi padani che pochi conoscono e che agiscono in tutto il mondo.Si sta ripetendo esattamente quanto fecero nell'ottocento: reclutarono, con la scusa di abbattere l'assolutismo dei Borboni e col miraggio del libero mercato, poca gente di buona volontà e molta gente traffichina ed interessata, convincendole a supportare il loro disegno politico.A tanta putredine non va dimenticato che il riassetto del sistema bancario attuale iniziò dopo l’azzeramento di tutta la classe politica meridionale, salvo i politici ascari collaborazionisti. E guarda caso il riassetto ha consentito l'accaparramento, da parte di banche settentrionali, di tutto il risparmio e della clientela meridionali. All'epoca del riassetto, tutte le grandi banche erano state trovate dalla vigilanza Bit con crediti in contenzioso enormemente superiori a quelli del Banco di Napoli: 30.000 miliardi di lire la Bnl, 14.000 miliardi il San Paolo di Torino, 20.000 miliardi il Credito italiano, 10.000 miliardi il Banco di Napoli (ora si sa che questi ultimi crediti del Banco sono stati tutti recuperati).Nel ridisegno del sistema non fu un caso quello di decidere di sacrificare l'Istituzione bancaria più blasonata, il Banco di Napoli, creato cinquecento anni or sono nella penisola italiana. Era la banca che aveva il più potente manager DC, messo fuori gioco addirittura con la interdizione dai pubblici uffici. Era il territorio ove si era affacciato il nuovo governatore Bassolino che, nella riunione con i vertici San Paolo Imi, ebbe parole di compiacimento e salutò benedicendo l'arrivo della Banca San Paolo Imi.L'obiettivo della concentrazione e del riequilibrio patrimoniale delle banche italiane all'epoca era necessario, tuttavia il complesso sistema di complotto a danno del Sud è tanto evidente che si capisce benissimo perché il Sud continua sempre a perdere terreno. Le vicende del Banco di Napoli, infatti, mostrano come il Mezzogiorno sia continuamente vittima di politiche che, oltre ad averlo privato dei suoi centri decisionali, ne hanno determinato la caduta del tono socio-culturale, oltre che di quello economico, poiché è risaputo che un'area trae notevoli benefici dalla presenza di un autonomo sistema bancario locale che di per sé favorisce la crescita di competenze professionali e manageriali e l'accumulo di capitale sociale e di progresso civile.Questo incommensurabile danno al Sud è stato coperto con lo stesso inganno che ha mistificato l'invasione del Regno delle Due Sicilie, allora era per la "liberazione del Sud", ora la fagocitazione del Banco di Napoli è avvenuta per "ragioni di mercato".Intanto l’ascara classe politica meridionale, priva da sempre di idee, fulminata dal vento impetuoso del crescente meridionalismo che avanza, sta gareggiando per accreditarsi quale unico e credibile "Partito del Sud". Per la maggior parte dei casi si tratta di trombati che cercano di riciclarsi. Si tratta cioè di personaggi a cui non interessa alcunché del Sud, non immaginano certo di riparare i tanti torti subiti dal Sud, ma solo di trovarsi una sistemazione. Gente, insomma, classico esempio di gattopardismo, che vuole cambiare tutto perché tutto resti come prima.A costoro non interessa sapere perché è crollato a -1,1% il Pil delle regioni meridionali nel 2008, segnando un dato peggiore della media nazionale (-1%) e del Centro-nord (-1%). Dato che mostra un Sud in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da 7 anni consecutivi cresce meno del Centro-nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi.A costoro non interessa capire che non è un caso l'arretramento del Sud negli ultimi 14 anni: nel '95 le otto regioni meridionali nella classifica delle regioni europee erano tra il 112° posto e il 192°. Dieci anni dopo erano tra il 165° e il 200° posto.Nel periodo 2001-2007 l'economia meridionale è cresciuta dello 0,6% mentre quella del Centro-Nord dell'1,2%. Rispetto al Centro-Nord, il reddito pro-capite del Sud, che nel '91 era del 59,7%, è oggi al 58,6%, dopo essere precipitato nel periodo '94-99 al 55%.Né si chiedono a cosa è dovuto il recupero di questi ultimi anni, per buona parte legato alla ripresa di un forte flusso migratorio verso il Nord. Per i politici meridionali quelli che emigrano sono solo voti non più utilizzabili.Gli ignavi politici meridionali pensano addirittura che sia veramente sorta una "questione settentrionale", misconoscendo il fatto che in questi ultimi 15 anni è stata l'intera Italia ad indebolirsi. Sintomatico, invece, è l'indicatore della spesa pubblica per investimenti realizzati all'80% al Nord. Mentre al Sud ci sono stati quindici miliardi di euro di investimenti in meno per 14 anni.Naturalmente con questa politica padana il divario infrastrutturale tra Nord e Sud si è quintuplicato. Questo, in sommi capi, è la commemorazione che vogliono fare e, soprattutto, vogliono evidenziare - a sfregio del Sud - che i meridionali sono da 150 anni sotto il tallone padano.Questi avidi parassiti ogni tanto s’inventano qualcosa per coprire le loro ruberie: dopo il «risorgimento» si sono inventati il fascismo, poi il federalismo e oggi le gabbie salariali. Ipocriti, poi, si lamentano anche che l’inno nazionale (da loro inventato) non lo conosca nessuno. «Dimenticano», inoltre, le ruberie da loro fatte con il Piano Marshall e ora lo ripropongono per il Sud.Ogni "invenzione" ha il solo fine di rubare impuniti. La cosa grave è che numerosissimi Enti e Comuni del Sud, ignari o stupidi, vogliono commemorare l’«unità», cioè il loro servaggio. è come se in Israele festeggiassero Hitler e lo sterminio subìto.Serve ancora altro per far capire che, per noi del Sud, riavere la nostra indipendenza è un fatto vitale? Più restiamo inerti e più i voraci cani padani azzannano le nostre risorse e si sentono anche in diritto di offenderci impunemente.
domenica 9 novembre 2008
SICILIA e povertà
La Storia della Sicilia borbonica iniziò dopo il Congresso di Vienna del 1815 con la restaurazione dei monarchi europei sui troni che avevano perduto durante l'epoca napoleonica. Il re Ferdinando I (già Ferdinando IV di Napoli e Ferdinando III di Sicilia) si fece restituire il Regno di Napoli che aveva perduto nel 1806 e l'8 dicembre 1816 lo unì a quello siciliano creando così il Regno delle Due Sicilie.1 Rivolte contro la sovranità borbonica1.1 Moti del 18201.2 Moti del 18482 Il governo borbonico3 Voci correlateRivolte contro la sovranità borbonica [modifica]Moti del 1820 [modifica]La soppressione formale del Regno di Sicilia sottomesso a Napoli e cancellato dai Borboni fece nascere in tutta l'isola un movimento di protesta e il 15 giugno del 1820 gli indipendentisti insorsero. Venne istituito un governo a Palermo (18-23 giugno), presieduto dal principe Paternò Castello, che ripristinò la Costituzione approvata nel 1812 con l'appoggio degli inglesi. Il 7 novembre 1820 il re inviò un esercito agli ordini di Florestano Pepe (poi sostituito dal generale Pietro Colletta) che riconquistò la Sicilia con delle lotte sanguinose e ristabilì la monarchia assoluta risottomettendo la Sicilia a Napoli.Moti del 1848 [modifica]Un altro moto indipendentista scoppiò a Palermo nel 1848, promosso dalla massoneria liberale che combatté l'assolutismo monarchico e gli interessi britannici che miravano ad avere un protettorato siciliano. Fu guidato da Vincenzo Fardella di Torrearsa, Ruggero Settimo e Francesco Paolo Perez. Il re Ferdinando II bombardò la città di Messina e si riappropriò della Sicilia con varie lotte e vari spargimenti di sangue, per questo motivo fu soprannominato re bomba, mentre gli indipendentisti Siciliani come Ruggero Settimo, La Masa e Crispi vennero esiliati. Tutte queste lotte porteranno alla fine di tutto, infatti i Siciliani culleranno dentro un odio verso i Borboni, rei di aver cancellaro l'antico Regno di Sicilia (il più antico di tutta l'Italia preunitaria), per farlo diventare una provincia del Regno di Napoli, qualche anno dopo, infatti i siciliani appoggiarono i piemontesi.Il governo borbonico [modifica]Malgrado questi avvenimenti, negli anni del Regno delle Due Sicilie, la Sicilia conobbe un grande sviluppo economico e industriale, diventando una regione ricca. Secondo l’Exposition Universelle de la science di Parigi, tra il 1855 e il 1856 il Regno delle Due Sicilie era il terzo stato più industrializzato d'Europa dopo l'Inghilterra e la Francia e aveva la terza flotta commerciale più importante.Aveva, inoltre, un buon sistema di comunicazioni stradali che consentivano il trasporto delle merci ai porti mercantili di Catania, Riposto e Messina, fra i più attivi del Mediterraneo.Di ottima fattura anche il commercio dello zolfo, del sale, dei marmi, degli agrumi, del grano (la Sicilia, sin dal tempo degli antichi Romani, era il "granaio d'Europa").Il Banco di Sicilia e quello di Napoli avevano assieme i due terzi dell'oro e della ricchezza di tutta l'Italia.L'emigrazione in Sicilia a quel tempo era in maniera minore rispetto a quellaIl risorgimento tosco-padanoAntonio Pagano29 Agosto 2009Il cosiddetto "risorgimento", come ormai sanno anche i cani tosco-padani, fu il risorgimento del Piemonte che, in gravissima crisi economica, dovette rapinare con le armi le ricchezze degli altri Stati preunitari, particolarmente quelle del Regno delle Due Sicilie, dove uccise centinaia di migliaia di abitanti che si opponevano. É stato proprio questo avvenimento che, mistificato per "unità" d’Italia, ha infettato invece la storia di questa penisola in modo così grave che da 150 anni dall'annessione impedisce ancora a questo Stato, inventato contro ogni logica storica, di diventare una seria democrazia. E, purtroppo, si continua a impedire la crescita di tutto un popolo continuando a mentire sugli avvenimenti che hanno permesso questa sedicente «unità d’Italia».Nessuna nazione al mondo è stata formata unendo popoli diversi nel modo in cui è stata fatta l’Italia. L’unione si fa quando tutti i componenti decidono insieme e d’accordo, invece vi è stata solo una vandalica conquista militare. Se unità si doveva fare, bisognava almeno appoggiare la proposta di una Lega Federativa, auspicata da Gioberti nel 1848 e accettata da Pio IX, una Confederazione che avrebbe incluso lo Stato Pontificio, il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie.I veri nemici dell’Italia sono stati i piemontesi. Al progetto di Gioberti, e anche alle proposte federative del Cattaneo, si oppose infatti il Piemonte che, prossimo al fallimento, non aveva altra alternativa di sopravvivenza se non quella di rubare nelle casse degli altri Stati. Così nacque l'Italia governata dai tosco-padani.Il 10 gennaio del 1859 si inventarono allora un nostro "grido di dolore" (ma era il loro) per ingannare la gente sul vero motivo del loro interesse verso il resto della penisola e, a ladrocinio compiuto, si inventarono anche democratici plebisciti imposti con la violenza e le fucilazioni. Il Cavour, il primo dei criminali padani, pur di arraffare le ricchezze degli Stati preunitari italiani, aveva partecipato nel '54-'56 alla guerra di Crimea, episodio bellico che in nessun modo riguardava il Piemonte, ma che consentì di proporre a livello internazionale una inventata "questione italiana" (così come oggi si sono inventati la questione settentrionale). I soliti "pochi morti da gettar sul piatto della bilancia" per sedere al tavolo dei vincitori, come cavourrianamente e cinicamente si sarebbe espresso nel 1940 il padano Mussolini prima di entrar in guerra a fianco della Germania.Il cavalier Benito fece una brutta fine. Al padano Cavour invece andò bene: dopo aver usato Napoleone III contro l'Austria, ma pagandolo con Nizza e Savoia e cavalcando la demagogia di mazziniani e di garibaldesi, sostituì l'appoggio francese con quello inglese. Comportamento tipicamente padano quello di cambiare le alleanze come loro fa più comodo. L'Inghilterra aveva difatti grossi interessi commerciali e navali in Italia meridionale, specie in Sicilia, collegati con l'asse del controllo strategico mediterraneo garantito dalle piazzeforti di Gibilterra e di Malta (colonia britannica dal 1814) che le garantiva il collegamento con L’Egitto, formalmente ancor soggetto al sultano turco, ma di fatto ormai semicolonia inglese. Qui si stava aprendo un nuovo teatro di contesa tra i due "alleati-avversari" nella corsa all'imperialismo coloniale, la Francia e l'Inghilterra: l'avvio della costruzione del canale di Suez, che avrebbe portato i porti duosiciliani in prima linea sulle rotte verso l'India e l'Asia sud-orientale.Subito dopo l’invasione da parte della truppaglia piemontese, particolarmente nel periodo dal 1860 al 1865, il popolo del Regno delle Due Sicilie fu protagonista di una vera e propria insurrezione per difendersi dall’occupazione padana e dalla loro politica colonialista. Gli stranieri invasori risposero con una spietata repressione operata dai generali (sempre padani), prima dal Pinelli e poi dal Cialdini, con un esercito di 120 mila uomini, che ne misero a ferro e fuoco il territorio.Nelle fonti ufficiali dei piemontesi sono citati alcuni proclami sottoscritti dai comandanti dell'esercito padano, dove per sopprimere il cosiddetto "brigantaggio" era prevista la fucilazione con o senza processo, di tutti coloro che erano presi con le armi in pugno; saccheggio delle città e dei villaggi ribelli; arresto delle persone sospette e dei "parenti dei briganti"; distruzione delle capanne, obbligo di murare tutti i casolari isolati; allontanamento degli uomini e del bestiame dalle campagne e raccolto in un luogo sotto il controllo dell'esercito; incriminazione di qualsiasi comportamento neutrale; rigida censura sulla stampa. Chi non fu ucciso combattendo, finì nelle carceri padane. Furono circa 80 mila i reclusi che senza nemmeno sapere la propria imputazione, morirono di malattia nelle prigioni padane infette e affollate.L’unità fu, dunque, imposta all'Italia meridionale col terrore e la distruzione. I "liberatori" schiacciarono le vere aspirazioni del popolo con esecuzioni e incarcerazioni di massa. Questo tragico evento portò innegabilmente al Sud miseria, decadenza e paralisi di ogni attività produttiva. Da allora lo Stato "italiano" continua ancora a mistificare l’aggressione e a festeggiarla con una becera retorica risorgimentale. Le puerili menzogne di questo Stato dimostrano, al di là di ogni ragionevole dubbio, che è uno Stato padano e non «italiano». Cioè il Sud non ne fa parte e ne è una sua colonia, altrimenti non si commemorerebbe questa becera fandonia del cosiddetto «risorgimento» che è una vigliacca offesa per tutti i meridonali.Purtroppo la dirigenza "italiana" insiste ancora oggi nell’ignorare che questa "unità" fu costruita per mezzo della cancellazione delle libertà e delle istituzioni locali costruendo un sistema burocratico centralizzato e non ha ancora capito che questo sistema porta con sé i germi della propria distruzione. è stata, infatti, questa impostazione "risorgimentale" che portò alla nascita del Fascismo e, nei tempi attuali, alla nascita della Lega.Eppure, nonostante la pochezza ideologica, ancora oggi questa Italietta padana continua a governare senza reazioni da parte del Sud, ingabbiato abilmente dagli ascari politici meridionali. Ovviamente governando con due pesi e due misure, privilegiando il Nord a scapito del Sud.Basta, in proposito, soffermarsi sull'impressionante elenco di finanziamenti di opere pubbliche per il Nord stanziati con il pretesto dei 150 anni di "unità", finanziamenti che con essa non c'entrano nulla. Oppure basta leggersi il decreto anticrisi dove la somma di un miliardo e 300 milioni di euro assegnata come contributo in conto impianti per il Ponte di Messina sia ora vincolata all'andamento della finanza pubblica ... cioè agli "umori" del ministro padano Tremonti, il quale da quando è ministro scippa continuamente al Mezzogiorno le risorse già destinategli.Tutto ciò fa capire che l'Italia padana è molto simile ad un'accozzaglia di potentati che se ne disputano le vesti, di cui la querelle tra nordisti e sudisti è la forma politica più evidente, ma che serve solo a fare tanto polverone per nascondere numerosi misfatti. Il loro piano è chiarissimo: la creazione di un parastato meridionale (una sorta di Nigeria) di cui sfruttare le risorse, siano esse turistiche che energetiche, e da usare come bacino di manodopera a basso costo. La presenza della malavita organizzata è evidentemente necessaria e ben vista. La Camorra, Cosa nostra o la 'Ndrangheta impediscono con il taglieggio lo sviluppo di una imprenditoria competitiva (il pizzo serve loro per pagare con denaro pulito la manovalanza, gli avvocati dei piccoli boss di quartiere e il mantenimento delle famiglie dei carcerati) e, inoltre, favoriscono l'investimento al nord dei grandi capitali (da riciclare) provenienti dal narcotraffico o dal traffico d'armi e quant'altro si può trafficare. Un mare di denaro che opportunamente ripulito dal passaggio in banche padane compiacenti fornisce possibilità di sviluppo ai vari colossi padani che pochi conoscono e che agiscono in tutto il mondo.Si sta ripetendo esattamente quanto fecero nell'ottocento: reclutarono, con la scusa di abbattere l'assolutismo dei Borboni e col miraggio del libero mercato, poca gente di buona volontà e molta gente traffichina ed interessata, convincendole a supportare il loro disegno politico.A tanta putredine non va dimenticato che il riassetto del sistema bancario attuale iniziò dopo l’azzeramento di tutta la classe politica meridionale, salvo i politici ascari collaborazionisti. E guarda caso il riassetto ha consentito l'accaparramento, da parte di banche settentrionali, di tutto il risparmio e della clientela meridionali. All'epoca del riassetto, tutte le grandi banche erano state trovate dalla vigilanza Bit con crediti in contenzioso enormemente superiori a quelli del Banco di Napoli: 30.000 miliardi di lire la Bnl, 14.000 miliardi il San Paolo di Torino, 20.000 miliardi il Credito italiano, 10.000 miliardi il Banco di Napoli (ora si sa che questi ultimi crediti del Banco sono stati tutti recuperati).Nel ridisegno del sistema non fu un caso quello di decidere di sacrificare l'Istituzione bancaria più blasonata, il Banco di Napoli, creato cinquecento anni or sono nella penisola italiana. Era la banca che aveva il più potente manager DC, messo fuori gioco addirittura con la interdizione dai pubblici uffici. Era il territorio ove si era affacciato il nuovo governatore Bassolino che, nella riunione con i vertici San Paolo Imi, ebbe parole di compiacimento e salutò benedicendo l'arrivo della Banca San Paolo Imi.L'obiettivo della concentrazione e del riequilibrio patrimoniale delle banche italiane all'epoca era necessario, tuttavia il complesso sistema di complotto a danno del Sud è tanto evidente che si capisce benissimo perché il Sud continua sempre a perdere terreno. Le vicende del Banco di Napoli, infatti, mostrano come il Mezzogiorno sia continuamente vittima di politiche che, oltre ad averlo privato dei suoi centri decisionali, ne hanno determinato la caduta del tono socio-culturale, oltre che di quello economico, poiché è risaputo che un'area trae notevoli benefici dalla presenza di un autonomo sistema bancario locale che di per sé favorisce la crescita di competenze professionali e manageriali e l'accumulo di capitale sociale e di progresso civile.Questo incommensurabile danno al Sud è stato coperto con lo stesso inganno che ha mistificato l'invasione del Regno delle Due Sicilie, allora era per la "liberazione del Sud", ora la fagocitazione del Banco di Napoli è avvenuta per "ragioni di mercato".Intanto l’ascara classe politica meridionale, priva da sempre di idee, fulminata dal vento impetuoso del crescente meridionalismo che avanza, sta gareggiando per accreditarsi quale unico e credibile "Partito del Sud". Per la maggior parte dei casi si tratta di trombati che cercano di riciclarsi. Si tratta cioè di personaggi a cui non interessa alcunché del Sud, non immaginano certo di riparare i tanti torti subiti dal Sud, ma solo di trovarsi una sistemazione. Gente, insomma, classico esempio di gattopardismo, che vuole cambiare tutto perché tutto resti come prima.A costoro non interessa sapere perché è crollato a -1,1% il Pil delle regioni meridionali nel 2008, segnando un dato peggiore della media nazionale (-1%) e del Centro-nord (-1%). Dato che mostra un Sud in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da 7 anni consecutivi cresce meno del Centro-nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra a oggi.A costoro non interessa capire che non è un caso l'arretramento del Sud negli ultimi 14 anni: nel '95 le otto regioni meridionali nella classifica delle regioni europee erano tra il 112° posto e il 192°. Dieci anni dopo erano tra il 165° e il 200° posto.Nel periodo 2001-2007 l'economia meridionale è cresciuta dello 0,6% mentre quella del Centro-Nord dell'1,2%. Rispetto al Centro-Nord, il reddito pro-capite del Sud, che nel '91 era del 59,7%, è oggi al 58,6%, dopo essere precipitato nel periodo '94-99 al 55%.Né si chiedono a cosa è dovuto il recupero di questi ultimi anni, per buona parte legato alla ripresa di un forte flusso migratorio verso il Nord. Per i politici meridionali quelli che emigrano sono solo voti non più utilizzabili.Gli ignavi politici meridionali pensano addirittura che sia veramente sorta una "questione settentrionale", misconoscendo il fatto che in questi ultimi 15 anni è stata l'intera Italia ad indebolirsi. Sintomatico, invece, è l'indicatore della spesa pubblica per investimenti realizzati all'80% al Nord. Mentre al Sud ci sono stati quindici miliardi di euro di investimenti in meno per 14 anni.Naturalmente con questa politica padana il divario infrastrutturale tra Nord e Sud si è quintuplicato. Questo, in sommi capi, è la commemorazione che vogliono fare e, soprattutto, vogliono evidenziare - a sfregio del Sud - che i meridionali sono da 150 anni sotto il tallone padano.Questi avidi parassiti ogni tanto s’inventano qualcosa per coprire le loro ruberie: dopo il «risorgimento» si sono inventati il fascismo, poi il federalismo e oggi le gabbie salariali. Ipocriti, poi, si lamentano anche che l’inno nazionale (da loro inventato) non lo conosca nessuno. «Dimenticano», inoltre, le ruberie da loro fatte con il Piano Marshall e ora lo ripropongono per il Sud.Ogni "invenzione" ha il solo fine di rubare impuniti. La cosa grave è che numerosissimi Enti e Comuni del Sud, ignari o stupidi, vogliono commemorare l’«unità», cioè il loro servaggio. è come se in Israele festeggiassero Hitler e lo sterminio subìto.Serve ancora altro per far capire che, per noi del Sud, riavere la nostra indipendenza è un fatto vitale? Più restiamo inerti e più i voraci cani padani azzannano le nostre risorse e si sentono anche in diritto di offenderci impunemente.
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