domenica 13 dicembre 2009

SICILIA CONTADINA.Ricordiamo il natale contadino.



Ci hanno rubato il canto e le canzoni”C’era una volta il Natale, novene e canti pastorali, di zampogne e ciarameddri, di pan di Spagna, buccellati e pignoccata. Oggi, dell’antica tradizione è rimasto ben poco.Anche nei più sperduti paesini di provincia si propone una sorta di messinscena tecnologica animata con costose scenografie e con musiche importate d’oltreoceano che fanno rimpiangere le belle corali natalizie, quando la gente cantava.Ormai, il canto sembra sparito dalle novene e, più in generale, dalle abitudini e dagli stili di vita dei siciliani. Almeno questa è la sensazione ricavata dalla visita di alcune novene nell’agrigentino.Solo un fatto di costume o c’è dell’altro? Siamo di fronte ad una crisi del canto, o del cantare, anche in un settore che si pensava immune, qual è, appunto, la liturgia religiosa?
Il primo ad avvertire l’incipiente fenomeno (siamo agli inizi degli anni ’60) fu Diomede, il folle. “Ci stanno rubando il canto e le canzoni”, gridava. E per il vecchio professore di latino i ladri erano la radio e la televisione.Prima di allora, in Sicilia, la gente cantava e non nel senso spregiativo come vorrebbe la metafora del funesto linguaggio mafioso.Erano manifestazioni spontanee di gente semplice che cantava per alleviare le fatiche, per amore, per mero diletto o, appunto, per fede. Ovunque. Nelle cave di pietra o fra le aride argille si cantavano antiche “olle” e nenie e strambotti; stornelli lascivi e canzoni di sdegno sopra carretti in fila; cantavano e fischiettavano i ciabattini, i muratori, gli ambulanti.Bellissime erano le voci delle donne che quotidianamente compivano il miracolo di far spuntare sulla tavola un piatto di minestra. Cantavano in casa o per le vie fangose, di ritorno dalla fontana del Voltano, con una brocca d’acqua piantata sul capo; in chiesa o, a piedi nudi, in processione dietro una madonna.Nelle frequenti feste in famiglia si cantava e si ballava con la musica dell’ansimante cornamusa di mastro Vincenzo e della fisarmonica di suo figlio Tanino. E come dimenticare i lai struggenti, ai piedi della croce del Cristo trucidato? O le dolci canzoni di tante, avventurose serenate sotto le finestre della bella amata?

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